...vortice...

scritto da 2nimue5 il giovedì, 10 dicembre 2009,13:24
Ali di fuoco, fremiti sordi
  e lunghe scie di luci fuggenti.
In fondo mostruoso, torpido, il fiume traluce
come un serpente a squame.
In un circolo inquieto facce beffarde di ladri
ed io per la scala di San Miniato
tra i doppi cipressi
uguali a grandi faci spente...


(frammento di Dino Campana)


vortice_01(opera di Giulio Giordano)
categoria:poesia, passioni, magia, follia umana
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nel nome di Bach

scritto da 2nimue5 il giovedì, 12 novembre 2009,13:17

Non vado quasi mai ad ascoltare un concerto di pianoforte.

Non ci vado perché trovo che, purtroppo, nella stragrande maggioranza dei casi, i pianisti siano una delle categorie più auto-incensate del mondo musicale e faccio fatica a tollerare l’eccesso di snobismo elitario che spesso trasuda dai diretti interessati, cosa che può trapelare da programmi mortalmente noiosi o mortalmente popolari, oppure dal più o meno palese esibizionismo che, inutile negarlo, fa parte del codice genetico del pianista. Ed essendo pianista io stessa, posso parlare con cognizione di causa, senza sottrarmi al giudizio poco implicito delle mie parole. I pianisti sono una razza così.

Ma ieri sera ho fatto un’eccezione e sono andata ad ascoltare il recital di Stefano Ligoratti al Conservatorio di Milano e desidero farne una piccola recensione.

Perché ho infranto il tabù? Beh, normalmente vado ai concerti di pianoforte solo se dietro la tastiera c’è un amico (allora, pianista o no, il supporto morale è d’obbligo!), oppure se mi incuriosisce talmente tanto il programma previsto per la serata da farmi superare le barriere della pigrizia e mettermi in disposizione d’animo di interesse assoluto: ieri si sono verificate entrambe le condizioni, per cui mi sono trovata in una gremita sala Verdi ed aspettare trepidante l’inizio del concerto.

Bach il denominatore comune dell’intera serata: Bach autore, Bach maestro, Bach punto di riferimento indiscusso nella storia della musica. Le prime note della Fantasia cromatica e Fuga BWV 903 introducono gli ascoltatori in una dimensione che si preannuncia “diversa”: una composizione ostica all’ascolto e all’interpretazione, dalle molteplici dimensioni sonore che spingono nella direzione ora dell’improvvisazione, ora della toccata, ora del gusto del puro suono. Una scelta coraggiosa, come brano d’apertura, che però è anche una precisa dichiarazione d’intenti: non ascolterete musica facile, né particolarmente nota, ma sarete trasportati in un viaggio oltre i confini della Bellezza. La competenza in campo clavicembalistico e organistico di Stefano gli consente di trasformare il pianoforte in uno strumento poliedrico e sempre vivo: la Fantasia e Fuga sul nome B-A-C-H di Liszt conferma la prima impressione: non stiamo assistendo a un concerto di un pianista, ma stiamo partecipando con lui ad un’esperienza di altro livello, come se stessimo esplorando insieme un territorio poco conosciuto di cui lui ha la mappa. La grandiosità evocata nelle prime quattro note del soggetto è allo stesso tempo omaggio al genio e esaltazione delle possibilità timbriche del pianoforte: ancora una volta una composizione in cui il lato esteriore, comunque ben godibile, non è l’aspetto principale. I toni cupi e l’esasperazione cromatica della Fantasia, originariamente per organo, si concretizzano in una dimensione sonora lisztianamente infernale e celestiale al tempo stesso; molto intenso l’accostamento di questi due brani, che sembrano completarsi e raccontarsi a vicenda. Conclude la prima parte del concerto la Fantasia nach Bach di Busoni, chiudendo un cerchio magico dentro al quale ormai c’è anche chi ascolta. Accostamento che a questo punto pare ineluttabile e necessario. E’ un brano che non ha inizio: la sua sonorità morbida che sembra raccontare una caparbia rassegnazione scaturisce da qualcosa di già vissuto, forse dalle note di Bach che riecheggiano in tutta l’opera, o dal timbro lisztiano che ancora permea l’aria.

Il viaggio è durato poco più di quaranta minuti e due secoli allo stesso tempo: gli applausi ci riportano a terra, pronti per godere la seconda parte del concerto che si preannuncia di differente clima ed impatto emotivo: la Ciaccona di Bach nella stupenda trascrizione pianistica di Busoni e la beethoveniana Sonata op. 57 (la celebre “Appassionata”), che, come si legge nelle note di sala, Stefano ha voluto inserire in programma per l’affinità spirituale che lega il secondo movimento, un vero e proprio Corale con variazioni, alla poetica bachiana.

Difficile descrivere a parole la stupenda interpretazione della Ciaccona: tecnica di livello eccellente unita a una comprensione profonda della partitura sono senz’altro garanzia di un’esecuzione da ricordare; la grandiosità di concezione del brano fa sì che il pianoforte si trasformi in orchestra sotto le mani di Stefano, lasciando trasparire ogni intreccio contrappuntistico come se fosse condotto da strumenti diversi; niente è lasciato al caso: ogni nota fa parte di un disegno più grande, voluto dal genio che ha creato questa partitura incredibile, ma raramente all’ascolto è concesso di cogliere ogni sfumatura con la consapevolezza che si stia perseguendo un fine più grande che non la pura ricerca timbrica (obiettivo già di per sé arduo).

La soddisfazione provata a questo punto del concerto è pari solo all’eccitazione di aspettare l’ultima sonata in programma, che conclude il concerto in bellezza: anche stavolta Stefano non cede alle lusinghe dell’applauso facile ma propone un Beethoven ragionato e intenso, ma non per questo privo di emozioni. Anzi, qui si rivelano in piena luce le sue doti di comunicatore, che ancora una volta prende con sé l’ascoltatore e lo porta a vedere qualcosa di immenso. Non lo fa con delicatezza: non è uno di quei musicisti che prendono per mano e svelano la bellezza della musica poco per volta; trascina e costringe, vuole coinvolgere e ci riesce in pieno. Ed è il Beethoven del testamento di Heiligenstadt quello che ci si presenta davanti: sofferente ed immenso, romantico e granitico.

Una serata intensa e illuminante, oltre che molto piacevole, di cui ringrazio Stefano augurandogli di proseguire la sua ricerca musicale raccogliendo il successo che merita pienamente.

M.C.


categoria:musica, magia, pianoforte, bach
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...alda...

scritto da 2nimue5 il lunedì, 02 novembre 2009,23:15
E allora addio Alda...ti saluto dal mio piccolo blog di pensieri nato dalle poche e terribilmente poetiche parole, semplici e ardenti parole che ti prendono al cuore, che danno nome al mio girovagare tra le nuvole.
Alda, maltrattata e amata, ignorata e snobbata, idolatrata e dimenticata. Amo le tue poesie d'amore, quelle che parlano di amore vero, amore sporco, amore che fa piangere e tornare puri nel profondo del cuore. Le notti che non accadono mai sono le più belle perché sono le più attese, quelle che ci legano con un filo di speranza incognita a qualcosa che non verrà, ma noi non lo sappiamo. Nessun poeta più di te è sfuggito dalle dita di chi ha creduto di capirti, di chi ha cercato di spiegarti, di chi ha avuto la presunzione di compatirti. Chissà che vita hai vissuto, a leggerla sembra un romanzo. O forse una poesia. Ma chissà cosa pensavi. Di te, del mondo. Chi più folle e ardente di te, chi più folle e ardente di me che piango sui tuoi libri che ora mi sembrano sacri e mai abbastanza letti e amati.
Sono felice di aver regalato a un'anima bella le tue poesie, poche settimane fa.
Riposerai in pace ora? Soffocherai di sigarette angeli e demoni? Marcirai in una fossa troppo lussuosa per te?
"Tempo, grandioso il tempo della morte, un teatro immaginifico e fermo, una parola distante. La morte corre sul labbro tuo quando mi baci, ed io vorrei morire di quel freddo intenso che mi sento nel cuore ed è colore e non capisco più che movimento fare per tornare in vita. Se prendere la morte come un gatto: metterla piano sulla tua finestra."

merini
categoria:poesia, amore, alda merini
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il poeta e lo scienziato

scritto da 2nimue5 il lunedì, 23 marzo 2009,10:11
108860-FB~A-Close-View-of-the-Veins-of-a-Colorful-Maple-Leaf-in-Autumn-Posters"Ho un amico artista che alle volte dice cose con le quali non sono molto d’accordo. Magari raccoglie un fiore e dice: “Guarda com’è bello”, e sono d’accordo; ma poi aggiunge: “Io riesco a vedere che è bello proprio perché sono un artista; voi scienziati lo scomponete in tanti pezzi e diventa una cosa senza vita”, e, allora penso che abbia le traveggole. Per cominciare, la bellezza che vede lui è accessibile a chiunque e quindi anche a me, credo. Non avrò un senso estetico raffinato come il suo, ma sono comunque in grado di apprezzare la bellezza di un fiore. Per di più vedo nel fiore molte cose che lui non riesce a vedere. Posso immaginare le cellule, là dentro, e i complicati meccanismi interni, anch’essi con una loro bellezza. Non esiste solo la bellezza alla dimensione dei centimetri, c’è anche su scale più piccole, nella struttura interna, o nei processi. Il fatto che i colori dei fiori si siano evoluti per adescare gli insetti impollinatori, ad esempio, è interessante: significa che gli insetti vedono i colori. E allora uno si chiede: il senso estetico dell’uomo vale anche per le forme di vita inferiori? Perché è estetico? Domande affascinanti che mostrano come una conoscenza scientifica in realtà dilati il senso di meraviglia, di mistero, di ammirazione suscitati da un fiore. La scienza può solo aggiungere; davvero non vedo come e che cosa possa togliere."

"I poeti sostengono che la scienza tolga via la bellezza dalle stelle - ridotte a “banali” ammassi di gas. Non c’è nulla di “banale”. Anche io posso vedere le stelle nella notte deserta, e sentirle. Ma vedo di meno o di più? La vastità dei cieli estende la mia immaginazione. Bloccato su questa giostra il mio piccolo occhio può catturare luce vecchia di un milione di anni. Un grande disegno di cui sono parte… Qual’è il disegno, o il significato, o il perché? Non sminuisce il mistero conoscerne un po’. Poiché la verità è ancor più meravigliosa di quanto ogni artista del passato abbia mai immaginato. Perché i poeti moderni non ne parlano? Che uomini sono quei poeti che possono parlare di Giove come se fosse un uomo ma se invece è una enorme sfera rotante di metano e ammoniaca rimangono muti?"


Richard P. Feynman: Il piacere di scoprire

categoria:poesia, mondo, scienza, sguardo
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21 marzo 1685

scritto da 2nimue5 il sabato, 21 marzo 2009,09:40

B.A.C.H.

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otto marzo

scritto da 2nimue5 il giovedì, 12 marzo 2009,15:53

Siamo a metà marzo, la primavera come ogni anno è alle porte e anche stavolta è passato arrancando l'otto marzo tra sterili polemiche e superficialità gratuita, sia da parte del pubblico femminile che da quello maschile. Sì, pubblico: perchè l'otto marzo è diventato niente più che una scenetta da osservare compiaciuti o indignati, un teatrino per concerti e dichiarazioni e dimostrazioni plateali tra l'imbarazzo più o meno generale.
Perchè:
- se pensi che l'8marzo sia una data da festeggiare sei una veterofemminista ancorata a modelli di pensiero socialrivoluzionari da museo;
- se pensi che l'8marzo non vada celebrato sei una nichilista o reazionaria che pensa che le donne debbano stare al posto loro.
- se pensi che l'8marzo vada festeggiato in qualche modo allora sei una bigotta che non ha capito che ormai le donne sono emancipate e non hanno bisogno di un giorno per dimostrarlo;
- se pensi che l'8marzo vada cancellato non hai coscienza del valore storico e simbolico di tale data;
- se apprezzi l'8marzo ti fai compatire perchè ti basta una mimosa puzzolente per credere che gli uomini ti rispettino;
- se sei una donna emancipata lo dimostri andando l'8marzo ad una di quelle deprimenti pizzate tra donne o in un locale dove se ti va bene c'è l'agghiacciante serata donne con un manzo spelato che si attorciglia ad un palo, presunto simbolo della liberazione sessuale che ogni donna ha sempre sognato.

Allora. Le idee sono un po' poco chiare. Non dico che le mie lo siano, ma è evidente che questo ottomarzo sia diventato un deprimente carnevale in stile quattordicifebbraio in cui ci si sente in dovere di fare qualcosa. Effettivamente si DOVREBBE fare qualcosa. Ma secondo me tutti fanno la cosa sbagliata. Si affannano a dire, conferire, acclamare. E invece l'unica cosa sensata da fare sarebbe pensare.
p-e-n-s-a-r-e.

Pensare. A chi ti pare. A cosa ti pare. Al perchè questa giornata sia dedicata alle donne. Spendere qualche minuto della tua vita ricordando i secoli,gli anni, le ore che donne grandi e donne umili, donne ricche e donne contadine, donne intellettuali e donne di casa hanno speso cercando la propria identità, combattendo per affermare i propri diritti calpestati o derisi, vivendo il proprio essere donna come un valore e non un handicap. Le donne che hanno fatto la Storia e quelle che la faranno, ma anche e soprattutto quelle che hanno fatto e fanno parte della "nostra" storia, le nostre mamme e nonne, fino a dove riusciamo a spingerci con la memoria generazionale. Storie comuni eppure straordinarie di donne eccezionali di cui non dovremmo dimenticarci mai: perchè oggi per noi sembra facile parlare di parità tra i sessi, almeno in teoria, ma non è un concetto da dare così per scontato. Questo ottomarzo, se non altro, è stata l'occasione per parlare diffusamente del dramma delle violenze sulle donne: non per una più spiccata sensibilità nei confronti del problema, ma semplicemente perchè i casi di violenza sessuale sono ben lungi dall'essere calati con la tanto sbandierata emancipazione femminile, anzi sembrerebbero così costanti da poter essere considerati l'unico settore che non risente della crisi. Bella roba. Dov'è la parità?

Pensare. Sempre. Mi piacerebbe sapere a quali donne, famose o sconosciute, pensate più spesso. (E' una domanda che rivolgo soprattutto ad altre donne, ma sarebbe interessante avere anche il parere di qualche lettore uomo, purchè non mi scada in considerazioni di cattivo gusto... ;)

Comincio io a citarne tre che ricorrono spesso nei miei pensieri:
- Rita Levi Montalcini
- Alda Merini
- Clara Wieck Schumann

Un pensiero particolare a queste grandi Donne che, forse senza saperlo, fanno o hanno fatto la nostra storia.

...Sylvia...

scritto da 2nimue5 il venerdì, 20 febbraio 2009,13:51

DSC05597


A smile fell in the grass.

Irretrievable!

 

And how will your night dances

Lose themselves. In mathematics?

 

Such pure leaps and spirals ----

Surely they travel

 

The world forever, I shall not entirely

Sit emptied of beauties, the gift

 

Of your small breath, the drenched grass

Smell of your sleeps, lilies, lilies.

 

Their flesh bears no relation.

Cold folds of ego, the calla,

 

And the tiger, embellishing itself ----

Spots, and a spread of hot petals.

 

The comets

Have such a space to cross,

 

Such coldness, forgetfulness.

So your gestures flake off ----

 

Warm and human, then their pink light

Bleeding and peeling

 

Through the black amnesias of heaven.

Why am I given

 

These lamps, these planets

Falling like blessings, like flakes

 

Six sided, white

On my eyes, my lips, my hair

 

Touching and melting.

Nowhere.




[Sylvia Plath]

In quest'epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell'orrore

scritto da 2nimue5 il mercoledì, 14 gennaio 2009,13:10

da Repubblica di oggi, 14.01.2009

 

BRUXELLES - A prima vista, sembrava che l'Italia non se la fosse cavata poi troppo male: lo Stivale è rappresentato come un grande campo di calcio. Meglio della Bulgaria, che è ricoperta da cessi alla turca, meglio dell'Austria, cosparsa di centrali nucleari, meglio della Spagna, cementificata e con un missile puntato sui Paesi Baschi, meglio anche della Svezia, rappresentata come una casetta dell'Ikea. Poi uno guarda meglio, e sul campo da calcio Italia, ci sono giocatori con il pallone all'altezza dei genitali a significare "il sistema autoerotico" costruito dal nostro Paese attorno al mondo del calcio.


Questa raccolta di luoghi comuni rappresenta l'installazione "artistica" che da ieri troneggia nell'atrio del palazzo Justus Lipsius di Bruxelles, sede del Consiglio dei ministri Ue.
È il dono della presidenza ceca appena iniziata. E avrebbe dovuto essere inaugurato con gran pompa domani, alla presenza delle autorità di Praga e dei dirigenti europei. Ma probabilmente non sarà così.


Sommersa dalle proteste dei funzionari e dei governi interessati, la presidenza ha emesso ieri un laconico comunicato attribuito al vice-primo ministro Alexander Vondra: "Sono stato spiacevolmente sorpreso nello scoprire che l'ideatore dell'opera d'arte Entropa è in realtà David Cerny e che non è stata realizzata da 27 artisti che rappresentano gli Stati membri, mentre il contratto tra il governo e l'autore stabiliva chiaramente che l'opera avrebbe dovuto essere un progetto congiunto che coinvolgesse personalità dei 27 stati membri". Insomma, non solo l'opera è una collezione di opinabili luoghi comuni, ma gli artisti dei vari paesi, di cui sono forniti i nomi, le dichiarazioni, e in alcuni caso perfino i siti web, non esistono. Alexander Cerny ha inventato anche loro.

 

Per qualche ora, il sito dell'artista è rimasto oscurato. Poi è comparso un lungo comunicato in inglese. "L'intenzione iniziale era effettivamente di chiedere la partecipazione di 27 artisti europei. Ma per limiti di tempo di costruzione e di finanze il piano è risultato irrealizzabile. Allora abbiamo deciso di creare artisti fittizi che rappresentassero gli stereotipi nazionali" scrive l'autore. E conclude: "Sapevamo che la verità sarebbe venuta fuori, ma prima volevamo vedere se l'Europa è capace di ridere di se stessa".



…ogni commento è superfluo…ma che squallore!! E’ vergognoso che un governo europeo abbia commissionato un’opera dal valore prevalentemente simbolico a un sedicente artista totalmente incapace di far parlare di sé per la qualità della propria opera ma interessato solo a suscitare “scandalo” (che poi, chissà che scandalo: l’opera fa schifo e sparirà dalla coscienza collettiva cinque minuti dopo il primo momento di stupore).

 

BASTA

a questi imbecilli carnefici dell’arte che credono di essere all’avanguardia ammazzando cani, impiccando manichini ed esponendo cessi al Parlamento europeo! Svegliatevi, sono passati 48 anni dalle provocazioni della Merda di Manzoni, a nessuno interessano più queste cazzate!

 

categoria:arte, europa, leggendo qua e là
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lo scaffale di nimue

scritto da 2nimue5 il giovedì, 11 dicembre 2008,18:05

Ritorna lo scaffale di Nimue dopo una lunga assenza dovuta alla mia solita pigrizia!

Il tema di questa settimana (sono settimane lunghe le mie, durano circa nove mesi…) è:

Piccole e grandi solitudini

 terra2

 

Haruki Murakami – KAFKA SULLA SPIAGGIA

Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra col dio della morte prima dell’alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. E’ qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia. Attraversarlo, un passo dopo l’altro. Non troverai sole né luna, nessuna direzione e forse nemmeno il tempo. Soltanto una sabbia bianca, finissima, come fosse fatta di ossa polverizzate, che danza in alto nel cielo. Devi immaginare questa tempesta di sabbia.

 

…Murakami porta il lettore in una storia incredibile, fatta di colpi di scena silenziosi e domande alle quali non cercare risposta, perché se una risposta c’è, arriverà con un sussurro soffice, senza strepito. Una storia che avvince come un sogno, popolata di ombre che sembrano reali e persone i cui contorni sfumano fino a chiedersi se fossero reali. Un libro indimenticabile e unico.

Per chi non ha paura di guardare nel silenzio.

 

Stefano Benni – LA GRAMMATICA DI DIO

C’era uno scienziato assai ambizioso e infelice. Era etnologo sociologo criminologo biologo psicologo etologo allologo, e vantava un notevole curriculum. Aveva ad esempio fondato l’antropocinosimmetria, scienza che studiava le somiglianze tra cane e padrone, aveva scoperto una tribù antropofaga amazzonica che si cibava solo di alluci, aveva individuato il cromosoma dell’ateismo, aveva inventato un’automobile a saliva e scoperto che Gesù aveva dodici figli.

Non c’era trasmissione televisiva in cui non fosse apparso.

Ma ahimè, questo non gli era bastato per vincere il premio a cui ambiva, il SuperNobel.

Allora decise che avrebbe fatto qualcosa di unico,: qualcosa che solo lui poteva progettare, sperimentare e tradurre in teoria.

Avrebbe scoperto l’uomo più solo del mondo.

Perciò, dopo essersi a lungo documentato e preparato, partì.

 

Venticinque Storie di solitudine allegria scritte nella prosa vulcanica e irriverente di Benni che tracciano un quadro del mondo, del nostro mondo, di quello estraneo, del mondo interiore di ciascuno in piccoli dettagli quotidiani, grandi problemi esistenziali e riflessioni ad alta voce. Commovente nel raccontare la solitudine di gesti carichi d’amarezza, graffiante nel mostrare l’egoistico cinismo di gente comune, un libro da leggere in un fiato e da ripensare con calma.

Per chi sa che anche in una canzoncina per bambini si possono celare le più inquietanti allucinazioni.

Mandali via

Mandali via

Quale orror

Che terror

I rosa elefanti nooo.

 

 

Thomas Mann – LA MORTE A VENEZIA

 

Le riflessioni e le occasioni di chi è uso al silenzio e alla solitudine  sono più vaghe e al tempo stesso più penetranti in confronto a quelle dell’uomo socievole, e i suoi pensieri più gravi e più bizzarri, né mai esenti da un velo di mestizia. Immagini ed impressioni che altri degnano tutt’al più di un’occhiata, di un sorriso, di un commento scambievole, occupano il suo spirito con smodata intensità, si radicano in silenzio, acquistano significati, si mutano in avvenimento, in avventura, in nuova sensibilità. La solitudine condiziona l’originalità, l’audace e sorprendente bellezza, la poesia, ma condiziona pure il contrario: l’abnorme, l’assurdo, il proibito. In tal modo le apparizioni del recente viaggio – l’orrendo vecchio damerino col suo farfugliare dell’amata, il sospetto gondoliere lasciato a bocca asciutta – inquietavano tuttora l’animo dello scrittore. Senza risultare inaccessibili alla logica, né offrire particolare materia alla meditazione, erano senza dubbio eccezionalmente strane; e proprio questa contraddizione le rendeva inquietanti. Frattanto i suoi occhi salutavano il mare, ed egli provava gioia al pensiero di avere Venezia così vicina. Si voltò alfine, si sciacquò il viso, impartì alla cameriera alcune disposizioni atte ad assicurargli un più comodo soggiorno, e dal giovane svizzero verde vestito che accudiva all’ascensore si fece portare al pianterreno.

 

Nel capolavoro di Thomas Mann, l’immortale dipinto di una grande storia di solitudine nell’aria livida di una Venezia quasi interiore, nell’eterna ricerca dell’individuo verso l’inafferrabile.

Per chi ama respirare l’arte e ricercare la vita delle pagine scritte.

alla palude

scritto da 2nimue5 il venerdì, 14 novembre 2008,10:14


Wanderer im schwarzen Wind; leise flüstert das dürre Rohr

in der Stille des Moors. Am grauen Himmel

ein Zug von wilden Vögeln folgt;

quere über finstern Wassern.

 

Aufruhr. In verfallener Hütte

aufflattert mit schwarzen Flügeln die Fäulnis;

verkrüppelte Birken seufzen im Wind.

 

Abend in verlassener Schenke. Den Heimweg umwittert

die sanfte Schwermut grasender Herden,

Erscheinung der Nacht: Kröten tauchen aus silbernen Wassern.

 

[Georg Trackl]

 

 

luna


Viandante nel vento nero; piano sussurra l’arida canna

sulla quieta palude. Nel cielo grigio

passa una schiera di uccelli selvatici

obliqua sulle acque buie.

 

Tumulto. Nella capanna cadente

putredine sbatte le nere ali;

betulle contorte gemono al vento.

 

Sera nell’osteria deserta. Sulla via del ritorno

mite tristezza di greggi al pascolo,

visione notturna: emergono rospi da acque d’argento.

 

[trad. I. Porena]

categoria:silenzio, solitudine
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